Non si può monopolizzare la Resistenza in schemi
di parte e neppure sottovalutare l'apporto dei cattolici, consistente,
non di rado determinante, comunque sempre essenziale.
Chi ha tentato di farlo non ha rispettato la storia: per motivi di
faziosità o per ragioni di propaganda.
Questo premesso, occorre rispondere a due quesiti che, proprio sul
piano storiografico ci si propongono.
l. quali furono le ragioni che mossero tanti cattolici a partecipare
alla Resistenza? 2. come e quanto la Comunità cristiana sostenne
le loro scelte?
I due argomenti si collegano fra loro. Tenteremo tuttavia di articolare
le. risposte così come sono state poste le domande.
Le ragioni della partecipazione dei cattolici alla Resistenza
Ci siamo trovati nella fortunata circostanza di poter disporre di un'indagine
tra ex partigiani ed ex cospiratori, attraverso le 30 associazioni
aderenti alla Federazione italiana volontari della libertà.
Molti di costoro si dichiarano cattolici e tali erano al momento di
salire in montagna o entrare in cospirazione. L'indagine conferma quanto
avevamo potuto intuire dalla personale esperienza del 1943-45.
Le ragioni della partecipazione dei cattolici alla Resistenza, pur
risultando ovviamente diverse da caso a caso, si possono sintetizzare
in tre filoni principali riconducibili a tre gruppi di militanti, distinti
anche per motivi cronologici. La sintesi presuppone e trascura le eccezioni
che - per ognuno dei tre gruppi, o categorie, di cui ci accingiamo
a parlare - esistono e non potrebbero che esistere.
Il primo gruppo è dei partigiani che iniziarono la Resistenza
il 9 settembre, come logica e naturale prosecuzione delle iniziative
antifasciste durante il periodo badogliano. Il secondo è di
coloro che scelsero la Resistenza senza un'idea politica precisa. Il
terzo è di coloro che si unirono ai ribelli dopo i bandi di
Salò nell'inverno 1944.
Il primo gruppo comprende i cattolici che scelsero, l' 8 e il 9 settembre,
di partecipare alla guerra partigiana (sia nella sua forma di guerra
souterraine che in quella di guerriglia) perché già decisamente
di fede antifascista e antinazista.
Nei quarantacinque giorni badogliani non soltanto gli anziani che avevano
tenuto fede, nel ventennio, ai princìpi democratici e antifascisti
del Partito popolare, ma anche centinaia di giovani si erano, in misura
maggiore o minore, personalmente impegnati in una scelta politica e
partitica decisamente antifascista. Avevano contribuito a tale scelta:
i legami - nelle famiglie, nelle parrocchie, nell' Azione cattolica
- delle generazioni nuove con la generazione dei padri, popolari e
antifascisti; il movimento cristiano-sociale, diffuso particolarmente
nel Lazio, nel Veneto, in Liguria e Toscana; il movimento neoguelfo
in Lombardia; il gruppo dei cooperativisti cattolici, che poi diventeranno
comunisti cattolici; la Fuci e i Laureati cattolici.
Queste due ultime associazioni - ramificate in ogni provincia - si
erano sempre distinte nel campo dell' Azione cattolica per il loro
afascismo. Le leggi razziali; il «patto d'acciaio»; la
retorica di cui il passo dell'oca era un dettaglio, ma talmente ridicolo
ed irritante da ergersi a simbolo; la brutale spartizione tedescosovietica
della Polonia; l'ignobile intervento contro la Francia; la guerra d'offesa
non sentita e tanto cinicamente condotta contro nazioni e popoli che
nulla avevano a che vedere con rivendicazioni territoriali né con
la politica delle grandi potenze; uno dopo l'altro, il succedersi di
questi tragici eventi aveva consolidato gli iscritti alla Fuci e ai
Laureati cattolici in un deciso antifascismo.l
La ragione che spinse migliaia di cattolici alla via della cospirazione
fin dal 9 settembre fu dunque una ragione chiaramente ideologica e
coscientemente partitica. Scrivendo partitica ci riferiamo, per gran
parte dei casi, alla Democrazia cristiana, che aveva fuso nelle sue
fila i neoguelfi, i cristiano-sociali liguri e parte dei toscani. C'erano
ancora - e non vanno dimenticate - larghe frange di cristiano-sociali
nel Lazio, nel Veneto e qua e là per la penisola; c'erano i
cooperativisti poi comunisti cattolici; e c'era anche qualche cattolico
che si sentiva impegnato in quanto tale con una scelta ideologica cristiana
e democratica, pur senza aderire chiaramente all'ormai costituito partito
della Democrazia cristiana.
Alcuni di questi cospiratori, o per la libera scelta, o per sfuggire
alla repressione, salirono pur essi sui monti e divennero càpi
partigiani. Altri sui monti si recarono periodicamente per dirigere
la guerriglia, che gradatamente si sistematizzava e coordinava nei
Cln regionali, i quali a loro volta si riconoscevano nel Clnai (Comitato
di liberazione nazionale Alta Italia).
Nel collegamento della guerriglia sui monti con quella di città fu
continua e capillare la diffusione della dottrina democratico-cristiana
in concorrenza alla diffusione dell'ideologia marxista e comunista.
Ciò spiega come molti - fra i giovani cattolici che avevano
scelto la Resistenza per una semplice ragione di dovere morale e patriottico
- si ritrovassero, senza bisogno di svolte e tanto meno di conversioni,
nelle fila del Partito democratico-cristiano ancor prima della liberazione,
e comunque, all'indomani di essa, al momento del rientro nella vita
civile.
Il secondo gruppo è composto dai giovani cattolici che scelsero
la via dei monti all'alba del 9 settembre, o nelle settimane immediatamente
successive, per una ragione semplice, priva di collocazioni partitiche:
il servizio verso il proprio paese e per la propria gente; il rifiuto
di servire l'occupante, cioè lo straniero tedesco che, fin dalle
prime ore della notte fra l' 8 ed il 9 settembre, aveva avuto modo
di manifestare metodi sprezzanti e brutali. Del tutto scarsa, quasi
inesistente, la formazione antifascista, a meno che non si voglia comprendere
in essa il disgusto per la burbanzosa faciloneria con cui era stata
affrontata una guerra tanto difficile e dura, per la retorica che continuava
ad alterare e violentare la realtà avvertibile da qualsiasi
subalterno, sottufficiale o soldato in una qualsiasi delle svariate
posizioni del fronte: prima linea, retrovie, sussistenza, trasporti,
difesa antiaerea eccetera. Per tale categoria dunque - quella, ripetiamo,
dei giovani cattolici che scelsero la via dei monti all'alba del 9
settembre e nelle settimane immediatamente successive - è difficile
rifarsi ad argomentazioni ideologiche e tanto meno politiche. Tranne
rare eccezioni, la «ragione» si fonda soprattutto e innanzitutto
su di un radicato senso del dovere al servizio della patria: la patria
intesa cristianamente, senza alcun esasperato nazionalismo, ma con
autentico e cosciente spirito nazionale.
Nell'interpretazione del dovere va sottolineato un aspetto che si ritrova
in un numero di casi rilevanti in Piemonte, meno rilevante, ma non
trascurabile, in Lombardia, Triveneto, Lazio e Abruzzo, irrilevante
in Liguria, Emilia, Toscana, Marche e Umbria. Il dovere del servizio
viene riferito nei casi citati alla legittimità del governo.
Il governo «legittimo» è il governo del re ed il
suo ordine è d'opporsi al tedesco, di non prestarsi a servirlo.
Il dovere si ammanta, nei casi citati, d'una specifica ragione giuridica:
il rispetto della legittimità formale, oltre e accanto ad un
istintivo senso della legittimità sostanziale.
Un terzo gruppo è composto da coloro che si fecero ribelli dopo
i bandi di Salò nell'inverno del 1944. Quei bandi condannavano
a morte, con esecuzione immediata e senza processo qualsiasi giovane
in età di servizio militare che fosse stato trovato in borghese.
Decine di migliaia di giovani dovettero scegliere: o combattere con
la Repubblica di Salò, o combattere o comunque collegarsi con
i ribelli. La grandissima maggioranza, quasi la totalità dei
giovani provenienti dalle associazioni cattoliche, dei giovani di montagna
o di campagna gravitanti intorno alle parrocchie, scelse l'esercito
dei ribelli. Anche qui la radice ideologica non traspare se non come
rifiuto d'uno Stato assolutamente estraneo al popolo italiano, non
soltanto alle masse dei contadini, degli operai, degli impiegati, ma
a tutti i ceti sociali. È ben noto, a chi abbia vissuto in quel
tempo a nord della linea di Cassino, che la «Repubblica sociale» di
Mussolini non fruiva di un benché minimo consenso popolare.
Si trovava in una situazione ancor peggiore del regime di Pétain
in Francia. Grosso modo si può calcolare che almeno il 95% dei
cittadini italiani - uomini e donne, anziani e giovani - consideravano
mercenari, venduti allo straniero, i militari ed i pochissimi civili
che credevano nella «Repubblica sociale» e ne eseguivano
scrupolosamente gli ordini.
Anche per le migliaia e migliaia di giovani cattolici che diventarono
ribelli nell'inverno del 1944, la scelta fu dunque una semplice scelta
di dovere. Ma questa volta il dovere si presentava in modo più chiaro
e percettibile. Erano trascorsi, dal 9 settembre, sei mesi. C'era stato
modo di rendersi conto, ad ogni livello, in ogni città o villaggio,
di quanto fossero spietati, disumani, i metodi dei nazisti e dei fascisti.
Il volto anticristiano del nazismo - di cui già avevano coscienza
gli impegnati e gli intellettuali - si era disvelato a chiunque avesse
orecchie per intendere ed occhi per vedere. Le torture inflitte agli
ebrei ed agli antifascisti che cadevano nelle mani delle Ss e delle
Brigate nere erano ormai note dovunque.
Troppi crimini venivano perpetrati, perché la voce del popolo
non avesse divulgato la notizia a chi - ma non erano molti - non avesse
avuto l'occasione d'esserne in qualche modo testimone. Alla divulgazione
contribuivano in maniera coraggiosa ed efficiente i Comitati di liberazione
ed i partiti democratici. Ai giornali ed alla radio del regime nessuno
credeva più; si accresceva di giorno in giorno l'ascolto clandestino
di Radio Londra.
Questa volta, al dovere verso la patria contro l'oppressione straniera,
si aggiungeva, anzi sovrastava, il dovere verso la giustizia: il dovere
di rifiutare un servizio che appariva in maniera limpida ed inequivoca
come «ingiusto», non di quella ingiustizia che si frammischia
alla giustizia nei contrasti fra le nazioni, sicché la ragione
ed il torto non si possono dividere con un taglio netto. No - ormai
non v'era più dubbio - dopo sei mesi non v'era più coscienza
cattolica che non riconoscesse che questa volta, in questa «altra
guerra» - altra rispetto a quella chiusa dall' armistizio - il
torto era tutto da una parte. Qualcuno pensava che non tutto il giusto
fosse neppure dalla parte dei partigiani, ma non v' era dubbio che
dalla parte dei repubblichini tutto era ingiusto. Se la scelta fosse
stata tra l'adesione platonica e l'azione, non sarebbe ancora mancato
qualcuno che avrebbe scelto la prima, anche perché eroi non
si nasce, lo si diventa. Ma, presentandosi la scelta fra servire i
repubblichini o andare con i ribelli, i giovani di formazione cattolica
- di città, di campagna, di montagna - scelsero in massa di
farsi ribelli. In massa: le eccezioni furono talmente rare da dover
ricorrere alla percentuale in millesimi anziché in centesimi.
L'atteggiamento della comunità cristiana
Per quanto riguarda l'Azione cattolica l abbiamo già ampiamente
parlato della Fuci (Federazione universitari cattolici) e dei Laureati
cattolici. L'afascismo di queste due organizzazioni era diventato
antifascismo sul finire degli anni Trenta. Nel periodo badogliano
l'antifascismo - che si era mantenuto fino al 25 luglio sul piano
della formazione morale e dell' approfondimento dottrinale - si tradusse
in azione politica: un'azione che non ebbe soluzione di continuità immediatamente
dopo 1'8 settembre. Molti tra i fucini, ed i laureati già fucini,
furono partigiani combattenti; coloro che non ebbero l'occasione
o la possibilità di combattere rifiutarono qualsiasi forma
di collaborazione con lo straniero occupante, e tutti parteciparono
all'assistenza o alla copertura degli amici che combattevano.
Meno immediato e non altrettanto unanime l'atteggiamento delle altre
branche dell' Azione cattolica. Tuttavia - dopo le prime settimane
d'incertezza - la grande maggioranza dei circoli della Gioventù cattolica,
maschile e femminile, divennero altrettanti focolai di resistenza.
In varie città e cittadine si contano a centinaia le sedi
della Fuci e della Giac (Gioventù cattolica maschile) che
si prestarono a riunioni cospirative ed a rifugio di ricercati e
perseguitati. L'autore di queste note ricorda che a Genova così come
a Torino ed a Padova - i Comitati di liberazione dovettero intervenire
energicamente per proibire riunioni di vertici resistenziali nelle
sedi della Fuci e della Giac, perché si trovavano ormai tutte,
o quasi tutte, sotto sorveglianza delle Ss e della polizia fascista.
Ciò avvenne fra il settembre ed il novembre 1944 nelle città indicate.
Una ulteriore approfondita ricerca confermerebbe certo che la stessa
situazione si era verificata in molte altre città.
Per le associazioni degli uomini cattolici è difficile fornire
dei dati sia pure sommari, in quanto la loro organizzazione era limitata,
spesso non avevano sedi proprie, né vivevano di vita propria,
ma facevano tutt'uno con la vita delle parrocchie.
Le donne cattoliche contavano all'inizio degli anni Quaranta su di un'organizzazione
efficiente e capillare; essa peraltro si allentò, quando addirittura
non si dissolse, a causa delle vicende della guerra; centinaia di migliaia
di famiglie erano sfollate, o comunque sradicate dalle loro sedi abituali.
Laddove queste associazioni riuscirono a proseguire una qualche operatività,
diedero un consistente contributo sul piano assistenziale: il Cif si costituì dopo
la liberazione appunto con l'apporto di migliaia e migliaia di iscritte all'
Azione cattolica, che avevano già coraggiosamente organizzato l'assistenza
durante il periodo resistenziale.
Veniamo ora alle parrocchie. Se si tiene conto che le varie branche dell' Azione
cattolica - con la sola esclusione della Fuci - hanno sempre vissuto e gravitato
nell' ambito delle parrocchie, finanche dal punto di vista logistico, si potrebbe
ritenere superfluo un ulteriore discorso. Non è inutile tuttavia aggiungere,
con buona pace dei denigratori della partecipazione cristiana al secondo Risorgimento
nazionale, che, se le parrocchie fossero state ostili o anche soltanto neutrali,
la guerriglia sui monti e nelle campagne non avrebbe avuto alcun successo,
anzi non avrebbe neppure potuto sopravvivere.
Questo per la montagna e le campagne in genere. Per quanto riguarda le parrocchie
di città, non tutte, bensì molte offrirono un concreto aiuto
alle svariate attività della Resistenza. Quelle che non si spingevano
fino alla partecipazione attiva, tuttavia cooperavano nell'assistenza e non
negarono mai il rifugio a ricercati e perseguitati. Le riunioni dei Comitati
di liberazione - a tutti i livelli
si tennero frequentemente nelle canoniche. Anche per queste si verificò quanto
sopra abbiamo scritto a proposito della Fuci e della Giac. Per esempio, fra
le sedi di riunioni cospirative del Cln Liguria sono comprese quattro canoniche
di altrettante chiese genovesi.) Tre di esse erano già «bruciate» nella
primavera del 1944 e l'ultima fu utilizzata una sola volta e con grave rischio,
nell'inverno del 1945, in uno dei momenti più duri della repressione
e più difficili per il reperimento delle sedi.
I dati fin qui esposti non esauriscono la complessa e multifonne partecipazione
delle parrocchie e del clero alla Resistenza. Ma ne indicano chiaramente la
consistenza, l'importanza, l'essenzialità: 206 caduti; 84 ricompense
al valore; le cifre del medagliere del clero italiano nella Resistenza sono
altrettanto eloquenti.
Non si può ovviamente considerare esaurito il tema dell'atteggiamento
della comunità cristiana senza un riferimento alla gerarchia.
Si è cercato, a questo proposito, da qualche storico o cronista marxista
di contrapporre l'atteggiamento del basso clero (soprattutto le parrocchie
di montagna e campagna nonché quelle della periferia operaia) all'atteggiamento
dell'alto clero, considerato nel complesso più prudente ed attendi sta.
Nessuno ègiunto a dire che l'alto clero sia stato collaborazionista
con i nazifascisti: sarebbe stata una tale enonnità antistorica che
avrebbe suscitato la reazione di chiunque abbia un minimo di serietà e
buona fede. Ma si è giunti a parlare di neutralità.
A Genova, il cardinale Boetto autorizzò i cappellani nell'esercito garibaldino,
organizzò il rifugio degli ebrei nel seminario diocesano. l Il vescovo
Siri partecipò di persona a riunioni clandestine, fu individuato dalle
Ss come nemico del regime2 e dovette trascorrere alcuni mesi in montagna, in
zona partigiana. Canonici, abati, monsignori d'alto rango ecclesiastico diedero
il loro appoggio alla Resistenza con entusiasmo e coraggio non minori dei parroci
di campagna. .
Analogo fu il comportamento di molti altri vescovi. Ne cito a memoria alcuni,
senza minimamente pretendere che l'elenco sia completo ed esauriente: Adriano
Bernareggi a Bergamo, Pietro Tesauri e Lanciano ad Ortona; Elia Dalla Costa,
arcivescovo di Firenze; Angelo Simonetti a Pescia; Giovanni Sismondo a Pontremoli;
Emanuele Mignone ad Arezzo; Antonio Torrini, arcivescovo di Lucca; Giovanni
Piccioni a Livorno; Antonio Mantiero a Treviso; Carlo Zinato a Vicenza; Girolamo
Bortignon a Belluno; Giuseppe Angrisani a Casale Monferrato.
In altre città dell'Italia settentrionale e centrale (per esempio: Savona,
Parma, Pisa, Todi), le giunte diocesane concessero sedi, uomini, aiuti concreti
al movimento politico cospirativo della Dc. Va precisato che le giunte diocesane
erano in quel tempo nominate direttamente dal vescovo e si tenevano permanentemente
in contatto con lui per ogni pur modesta decisione.
La pretesa di una divisione classista fra il basso e l'alto clero di fronte
alla Resistenza assume i connotati d'una interpretazione faziosa e perfino
ridicola. Si può infatti aggiungere che i rari casi, davvero abnormi,
di ecclesiastici schierati con il regime di Salò, sono di frati o di
preti secolari di modeste condizioni economiche.
Certo non era facile il compito della gerarchia.
La Chiesa deve sempre e per necessità essere neutrale nelle contese
fra gli
Stati: questa almeno è la linea che caratterizza il nostro secolo rispetto
all'antico ed anche al recente passato. La Chiesa dà solo diretti ve
religiose e non politiche. «Nessuno pensi mai a coinvolgerci in questioni
politiche che non sono di nostra competenza» fu detto in quei giorni.
D'altra parte, la «Repubblica sociale» non fu mai riconosciuta
de jure dalla Chiesa. Ma la Chiesa non poteva rinunciare alla sua funzione
caritativa: e perciò dovunque i vescovi intervennero a sostegno delle
vittime della guerra, dei ricercati e dei perseguitati politici. Né la
Chiesa poteva rinunciare a proclamare la sua dottrina e condannare una ideologia
tanto profondamente anticristiana come la nazista.l
Si colloca di solito negli anni delle leggi razziali il momento della svolta
decisiva della gerarchia nei rapporti con il regime fascista. È una
collocazione che può genericamente accogliersi. Ma solo genericamente,
perché non si possono dimenticare nel 1931 (scioglimento dell' Azione
cattolica), né l'atmosfera di sospetto e d'ostilità che ha continuato
ad avvolgere l'Azione cattolica italiana anche dopo la sua ricostituzione.
Non v'è dubbio, invece, che la guerra d'Etiopia (1935) fu vista da molti
giovani come l'acquisizione del diritto dell'Italia di partecipare, con il
resto d'Europa, non solo alle risorse economiche dell' Africa, ma anche alla
sua civilizzazione. Non furono pochi i cattolici che videro nell' «impero» una
grande occasione di elevare culturalmente ed economicamente popoli tanto diversi
e fino ad allora schiavizzati. Coltivavano pure la speranza di ricongiungere
alla Chiesa di Roma le comunità cristiane di rito copto. Non soltanto
per i cattolici, ma per tanti italiani di varie estrazioni ideologiche fu quello
il momento del «grande consenso».
L'illusione si dileguò rapidamente. Le leggi razziali del 1938 rivelarono
che il vero volto della dittatura non era cambiato, anzi era peggiorato rispetto
a quello pur triste e tristo con cui si era imposta fra il 1922 ed il 1926.
Subito dopo, i metodi spregiudicati messi in atto dai due regimi - ormai affratellati
dal «patto d'acciaio» - in Cecoslovacchia, in Albania, in Polonia
con l'accordo Molotov- Von Ribbentrop, diedero all' avvio della seconda guerra
mondiale un'impronta di palese ingiustizia e disumana spietatezza. La Chiesa
non restò indifferente. Il rifiuto di Pio XII di rimanere a Roma durante
la visita di Ritler ed il suo sdegnoso ritiro a Castel Gandolfo furono segni
inequivoci d'un atteggiamento di rottura. Altri segni si potevano cogliere
sull' «Osservatore Romano», che quotidianamente pubblicava gli
Acta Diurna di Guido Gonella, diventati rapidamente famosi, ricercati, letti,
apprezzati anche dagli antifascisti non credenti.
Una ragione profonda
Tutto ciò rivela e spiega come una ragione profonda stia
alla base della larghissima partecipazione cristiana alla Resistenza.
Il nemico non era un qualsiasi straniero; erano i nazisti, con il
loro totalitarismo, il razzismo, il paganesimo; la Weltanschauung,
la dottrina, il sistema, i metodi, la realtà di vita quotidiana
rappresentavano quanto di più lontano si sia mai avuto o si
possa immaginare rispetto alla civiltà cristiana. Parlare
di paganesimo è ancora poco; il nazismo fu la perfetta antitesi
del Cristianesimo.
Per questa ragione, laddove la Resistenza - in quanto fenomeno non
soltanto italiano ma europeo - non fu contro lo straniero, cioè in
Germania, fu quasi soltanto di cristiani e soprattutto di cattolici.
Nelle chiese cristiane e particolarmente nel clero cattolico, la
Resistenza allignò e non cedette neppure quando sembrava ineluttabile
il trionfo del grande Reich. l Laddove - in Francia, in Belgio, in
Polonia, in Yugoslavia - la Resistenza si identificò nel fronte
interno contro 1'occupazione straniera contò, così come
in Italia, su di una larghissima partecipazione di cristiani ed in
particolare di cattolici.
Militanza armata, cospirazione, servizi ausiliari, collaborazione
attiva e passiva con gli alleati, sabotaggio, assistenza spirituale
e materiale, silenzi complici e sofferti: nei reparti e nei comandi
partigiani, nelle squadre di città e nei Cln (governi clandestini),
in ogni ambiente di città o di campagna, la Resistenza ebbe
con sé sacerdoti, pastori, suore ed un innumerevole schiera
di uomini e donne di professata fede cristiana. Lottavano non solo
contro i tedeschi ed i loro servi, ma anche e soprattutto contro
l'idea pagana ed anticristiana di cui i nazisti erano spavaldi e
sfrontati portatori
Paolo Emilio Taviani |