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Giovanni
Galgani
Duemila
anni di storia in Maremma:
da Biserno aSan
Vincenzo
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dalla
presentazione di Gianfranco Benedettini
Il Comune di San Vincenzo ha deciso di ristampare
il libro di Giovanni Galgani "Duemila anni di storia in Maremma
da Biserno a San Vincenzo': Lo confesso: quando me lo hanno comunicato
sono rimasto prima perplesso e, poi, commosso. In me riaffiora il
ricordo della fatica di Giovanni tutto proteso nella ricerca, nello
studio di fatti, avvenimenti e persone ormai lontani nel tempo e
dimenticati.
Giovanni li ha fatti rivivere con un libro che rimane fondamentale
per capire la realtà passata ed attuale di San Vincenzo che
da Villaggio diventa paese, frazione di Campi gli a Marittima, poi,
finalmente, Comune della Repubblica Italiana. Nessuna enfasi, per
favore.
Semplice constatazione di un fatto, di una serie di avvenimenti che
hanno scandito il tempo regalandoci una realtà complessa ma
viva e pulsante di attività nel gioco di luci ed ombre che
l'hanno accompagnata nel corso di duemila anni di storia. Nessuno
potrà scrivere di San Vincenzo senza, prima, leggere e studiare
il suo libro. Potremmo ben dire: un libro da Maestro; e Giovanni,
come tutti ricorderanno, è stato maestro, di quelli un pò all'antica
che oggi, forse, si sarebbe trovato a disagio nella scuola moderna.
O forse no.
Chissà, avrebbe impostato con i suoi allievi una ricerca di
ambiente, naturalmente su San Vincenzo, e salvato tanti altri documenti!
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Giovanni aveva capito che privilegiare la memoria del nostro passato
e del presente è, e sarà, sempre più, una memoria
visiva. In quest' operazione siamo ancora in tempo perchè il
suo messaggio e la sua testimonianza non sono andati del tutto perduti.
Ormai si è fatta coscienza di come sia indispensabile conservare
una campionatura del passato proprio per dare all'uomo la sua storica
consapevolezza. La più evidente dimostrazione è questo
libro stampato nel 1973 e ristampato a distanza di venti anni.
Abbiamo voluto lasciarlo così come è stato concepito
all' origine. Abbiamo usato i mezzi che, oggi, ci permettono di utilizzare
meglio il lavoro tipografico. Abbiamo allargato il corpo del testo
precedente ed inserito altre immagini e documenti oltre i suoi, cercando
di renderlo più godibile, pur nel rispetto della sua volontà.
In una lettera egli scriveva '_.. ecco, io vorrei che queste foto
ci insegnassero ad osservare il passato come specchio vivente del
presente, a comprendere gli errori per un avvenire sempre migliore... "La
sua volontà è stata rispettata con la pubblicazione “Immagini
a confronto”: edita nel 1979, in occasione della celebrazione
dei trenta anni di vita del Comune. E però rimane, tanto da
fare per approfondire la conoscenza della storia sanvincenzina. Il
suo "Duemila anni in Maremma" è ormai esaurito.
Molti concittadini lo conservano gelosamente, e fanno bene. Tanti
altri ne hanno solamente sentito parlare e lo chiedono, incuriositi
e stimolati dal gran parlare che ne fanno i primi. Tantissimi, soprattutto
i giovani, non sanno neppure dell'esistenza del libro. Il valore
di questa iniziativa sta anche qui. Ne siamo sicuri.
In ventiquattro capitoli, e per trecento novanta pagine, viene descritto
l'ambiente nel quale sorge San Vincenzo e nel quale si muovono gli
uomini, in un susseguirsi di notizie, dati ed immagini che ci danno
il senso globale della nascita e della crescita della cittadina.
La struttura del territorio ha subito un assalto, per certi aspetti
incredibile, con una espansione tale da non poter nemmeno essere
immaginata dai primi abitanti, tutti racchiusi intorno alla Torre
ed alla casa padronale degli Alliata, simboli del potere secolare
che ha allungato le sue braccia su questo territorio.
Rimane difficile stabilire su quali capitoli soffermarsi per una
breve analisi. Allora andiamo per grandi tagli. Il capitolo nono è dedicato
agli Usi Civici ed è fondamentale per capire tutto, o quasi
tutto, della odierna San Vincenzo. L'utilizzazione dei terreni appartenenti
alla collettività che tornano nelle mani di pochi, fa scattare
la molla della solidarietà e fa crescere la presa di coscienza dei
diritti naturali appartenenti all'intera comunità. Un momento
che rimane ancora tutto da approfondire nella sua vera portata, ma è indubbio
che lì, e da lì, nasce il nuovo che prende il nome
di "Cento anni di speranza" del quattordicesimo capitolo.
Le bonifiche di Rimigliano, stupendamente documentate nel libro di
Lucia Pellegrini, "La bonifica della vaI di Cornia al tempo
di Leopoldo lI edito dal Comune di San Vincenzo nel 1984, è un
secondo tassello di questo sviluppo. Qui la bonifica ha operato a
fondo. È stato un bene?
Certo, anche se ci assale il rimpianto del padule salmastro e gli
ecologisti, spesso, si rifanno al tradimento dell'uomo verso la flora.
Ma la vita dell'uomo? Ora è possibile percorrere con tranquillità tali
luoghi incantati; è possibile viverci giacché il nemico
subdolo - la malaria - che colpiva nel sonno è stata sradicata.
Anzi, questa operazione rappresenta un fattore trainante di tutta
l'economia sanvincenzina, e non solo di essa. La zanzara che portava
la morte non può farci rimpiangere il paesaggio selvaggio;
non vi può essere incertezza dove la morte dell'uomo è lo
scotto alla consuetudine del paesaggio. Semmai si tratta di pensare
ad un parco naturale che raggruppi tutte le emblematiche vicende
naturali, ma con protagonista l'uomo, unico metro, per noi, di comprensione
e di adattamento ecologico. Chi non tiene conto dell'uomo, in un
programma teso a salvare la natura, non può che essere autolesionista.
Il terzo tassello è rappresentato dalla strada Aurelia a valenza
europea. A ben guardare, lo sviluppo di San Vincenzo avviene per
ondate legate alla strada. Essa entra nel cuore della cittadina e
le impone sacrifici troppo elevati; allora si sposta nel Paese Nuovo. È il
primo esempio sulla costa livornese. La protesta è forte,
ma termina quasi subito.
La strada ferisce nuovamente e con maggiore intensità imponendo
un prezzo assai alto. Sarà spostata più a monte ove,
curiosamente, sta nascendo la terza San Vincenzo. Tutt'e tre legate,
più o meno direttamente, alla strada. Come si vede siamo già alla
quotidianità. L'Aurelia ha assolto ad una funzione di grande
rilevanza nello sviluppo della nostra cittadina. Il quarto tassello è rappresentato
dal passaggio della ferrovia e dalla costruzione della stazione ferroviaria.
Non c'è chi non ricordi quel 21 giugno 1959, quando i francesi
di monsieur Philippof giunsero a San Vincenzo, inaugurando la stagione
del definitivo lancio turistico. I turisti hanno sempre approfittato
della ferrovia. Ecco, queste sono le quattro strade che l'hanno "affettata" dolorosamente.
Ma quanto valore assumono nella sua storia?
Se è vero che a San Vincenzo si pensa alla "riedificazione" della
città nella sua espansione a dimensione grande, allora ci
si deve attenere all'idea che essa converga sul suo nucleo originario
centrale: sul principio storico che fa di ogni città una "capitale" di
qualcosa.
Questo principio del centro vale per qualunque posto del mondo. Ha
dato un nome ad ogni città, come "capitale" di qualche
elemento permanente ed esclusivo. San Vincenzo ce l'ha. Ed è il
mare. È il mare che unisce il mondo: non i telefoni o i fax.
Nell'attuale disegno urbano essa include il passato distruggendo
il mito fossilizzato del museo, per riattivarlo in un processo di
museificazione viva e, aprendosi sui rivolgimenti e sulle contaminazioni
del futuro, anticipandolo. Sappiamo che ciò è molto
difficile ed assomiglia più all'ideale che al reale. Ora,
per sottrarla al degrado, al disordine ed alla decadenza della temporalità,
occorre pensare ad una San Vincenzo costruita per autosuperarsi e,
al tempo stesso, per inserirsi in quell'elemento permanente che è la
natura: il mare soprattutto, che è "suolo" uguale
dappertutto.
Dal 1973 ad oggi, San Vincenzo è cresciuta a dismisura. Giovanni
stenterebbe a riconoscerla. Così è stato per coloro
che la fondarono e la videro nelle venti case d'inizio secolo. Accadde
la stessa cosa per coloro che la osservarono nel dopoguerra, quando
entrò nel novero delle città turistiche, del consumo,
dell'usa e getta.
Oggi occorre pensarla meno città di pietra e più città di
relazioni. Al di sopra di tutto, madre e padre, sta il mare con la
sua spiaggia, le sue pinete da conservare, la sua potenzialità ancora
intatta verso Rimigliano e Populonia, da una parte, e verso Donoratico,
dall'altra.
E resta il fascino misterioso dell'eterno pulsare dell'incontro solenne
tra il mare e la spiaggia, questo tocchettarsi che può diventare
mostro imprevedibile, scatenata forza da spettacolo.
Se leggiamo attentamente i vecchi documenti - qui riprodotti - ci
accorgiamo che sono proprio queste le specificità di San Vincenzo.
Nell'appello del 1913 si legge "... nostro villaggio, centro
estivo di villeggianti, dai quali numerose famiglie traggono buon
cespite d'introito..." e non è oggi, forse, ancora così?
Su queste cose si fonda la lunga lotta per l'autonomia durata un
secolo, sempre ripresa fino al conseguimento dell' obbiettivo tanto
agognato. Quel giorno San Vincenzo divenne il comune più "giovane" d'Italia
e il titolo le è rimasto per molto tempo ancora.
Il ricordo di quel giorno rimane vivo solo nei più anziani,
ed è a loro che rivolgiamo un pressante appello perché lascino
una memoria, una testimonianza, perché tutto non venga dimenticato.
In fondo, è anche l'appello di Giovanni Galgani "...
illustrare compiutamente l'ultimo centennio... " che oggi si è dimezzato.
Ma quanto rimane ancora da fare e da approfondire!
Dobbiamo cercare di non cadere nell'equivoco della modernità.
La spinta dello sviluppo industriale non esiste più e il trauma
profondo subito negli anni 50/80 quando è mancata - dobbiamo
ammetterlo - una capacità amministrativa al pari di una capacità tecnica
di elaborazione, anche se erano scarsi i mezzi culturali per affrontare
le spinte messe in essere dallo sviluppo industriale.
Non si tratta di tornare all'800 o ad una civiltà preagricola
o addirittura arcaica, ma di non ripetere più quegli errori:
le zone di sviluppo devono essere trattate in modo più particolare
ed attento. La parte storica di San Vincenzo (esiste, certo) ed il
suo ambiente naturale debbono essere sempre più salvaguardati
perché mantengono elementi di bellezza anche nel senso vero
del termine. Ciò può essere un fatto sociale molto
importante, perché diventa un elemento di educazione permanente,
di stupore, di meraviglia, di luogo piacevole.
Del resto, le vecchie cronache sanvincenzine sottolineano questo
elemento di piacevolezza: basta leggerle per accorgersene.
San Vincenzo è una città minore e lo sanno tutti. Ma
in essa batte un "cuore antico" al quale può essere
aggiunto un "cuore moderno" che riesca a reggere i processi
produttivi, aggiungendovi due aggettivi: vivibile e possibile.
Vivibile, perché occorre che abbia un effetto urbano, cioé intensità di
rapporti e di incontri, occasioni di studio e di cultura, possibilità ampie
di lavoro, servizi complessi, alternative del tempo libero, grande
attenzione al paesaggio e al verde.
Possibile, perché deve seguire le spinte strutturali in atto
che, in epoca teleinformatrice, conducono al decentramento produttivo.
A questo riguardo il messaggio del libro di Galgani va letto nella
necessità di trovare un equilibrio nella esigenza di rinnovamento
e la memoria del passato che, a volte, ha grande valore e, a volte,
non tanto. Se la vita della città richiede spazi per certe
nuove funzioni, si devono trovare i luoghi e lì realizzare
cose belle e di qualità perché i segni lasciati dalla
storia sono, poi, visibili ed è possibile la comparazione
che, nel nostro caso, è quasi sempre perdente in confronto
al passato. Quello di Galgani è un libro ancora oggi, venti
anni dopo, indispensabile. Lo resterebbe anche se ce ne fossero di
più aggiornati.
Ci ha dato l'essenziale animando quel che non si vedeva. E che, oggi,
si vede ancor meno. L'immaginazione ha risvegliato un mondo. San
Vincenzo ha conosciuto poca gloria. 1117 agosto 1505 vide combattere
gli eserciti fiorentini e pisani per la supremazia politica sul territorio,
poi è stata abbandonata, ignorata. Nei più di due mila
anni di vita è rimasta per almeno diciotto secoli nell' oscurità.
Dopo averla toccata con slancio, la storia le ha girato le spalle.
Giovanni Galgani ha gettato un ponte lungo duemila anni.
La sua immaginazione, unita alla ricerca ed allo studio, è stata
preziosa.
Consente, nonostante il tanto, tantissimo ritardo, di proseguire
su quella strada. Gli abitanti di oggi erano comparse nella San Vincenzo
di ieri. Fino a quando questa terra fu resa abitabile e allora venne
invasa da gente venuta da lontano ed è una nuova San Vincenzo
che vive. Come le altre forse si preoccupa poco, anzi qualche volta
non si preoccupa affatto, di quelle precedenti preferendo ignorarle.
Il passato recente delle città che adesso abitano e possiedono è per
la gente come l'allucinazione di cui parlano i vecchi ubriachi.
Tutte le realizzazioni che si sarebbero un giorno succedute alle
meraviglie del passato cancellate dal tempo - gli alberghi, i clubs,
le fognature, l'acqua corrente, il Municipio, la biblioteca, le banche,
gli impianti sportivi, le chiese, il lungomare, la spiaggia e la
pineta - dormivano ancora nella impassibile profondità del
futuro.
La scoperta della storia, cioè del passato, non ha dato come
effetto soltanto la nascita di teorie universalistiche, ma anche
ricerche essenziali in altri campi. Da qui è nato un nuovo
rapporto con il passato, prima limitato all' ammirazione o alla negazione
senza conoscenza, un mero rapporto con un silenzio da dove riemergevano “Pezzi” isolati
e come fuori dal tempo, trasportati nel presente come “oggetti”.
Il lavoro di Galgani si proietta nel futuro.
Superando l'emotività, ci pare che esistano tre aspetti del
futuro: un primo, è già la sua anticipazione nel presente;
un secondo, insieme in parte per noi e in parte per altri; un terzo,
che sarà di altri, ma che pure ci troviamo a condizionare
in qualche misura. E di questa misura siamo responsabili.
Se ci addentriamo nel futuro, troviamo altri uomini probabili, diversi
ma non incomunicabili, in parte condizionati da noi, da quello che
abbiamo fatto, facciamo, possiamo fare, tenendone conto se non altro
per rispettare la loro libertà futura. A noi sembra aberrante
rinunciare al presente per il passato o rinviare il presente al futuro
a prezzo della nostra unica vita possibile: eppure è altrettanto
errato non valutare abbastanza o distruggere le vestigia del passato,
come quelle inesistenti del futuro prima ancora che siano potute
nascere.
Queste sono.le cose che Galgani ha cercato di dire, e ha detto, e
che noi tentiamo di ricordare e di rIassumere.
Il suo volume parte da lontano, è ricchissimo di documenti
molto spesso sconosciuti e inavvicinabili, completato da una ricca
bibliografia e dati che ora aggiorniamo. Giovanni Galgani ha dimostrato
di essere anche un narratore autentico nella capacità di raccontare
in modo disteso e piano, di annodare abilmente i fili delle diverse
vicende, di "inventare dal vero" riuscendo a stabilire
un rapporto non solo con i documenti, ma un colloquio con civiltà,
dunque con uomini, trasmettendo ci elementi complessi e comparativi
di esperienze dando spessore al tempo. La ristampa del suo libro
costituisce una grande operazione culturale e di recupero della memoria
di chi l'ha proposta.
31 maggio 1993
Gianfranco Benedettini
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